La Social Industry per soddisfare esigenze produttive globali

Salvagnini è senza dubbio uno dei nomi storici della macchina utensile italiana, baluardo nel mondo di quella lunga tradizione che il nostro Paese vanta nel campo delle macchine per lamiera. Per celebrare i 250 numeri della nostra rivista abbiamo quindi ritenuto significativo e importante intervistare chi, quasi trent’anni or sono, con una scelta imprenditoriale lungimirante e coraggiosa, fece uscire l’azienda dalla crisi rilanciandone le ambizioni fino a farla diventare sinonimo di tecnologia e innovazione e capofila di un Gruppo di caratura internazionale. Oggi come allora, Francesco Scarpari, presidente del Gruppo Salvagnini, ha quindi accettato di rispondere alle nostre domande per ripercorrere insieme, brevemente, le tappe salienti del cammino fin qui compiuto, ma soprattutto per parlare di come sta cambiando il modo di produrre manufatti in lamiera e spiegare i capisaldi della Social Industry di cui Salvagnini è fautrice e portavoce.

di Fabrizio Garnero

Presidente Scarpari, nell’intervista pubblicata sul primo numero di Deformazione, parlò dei motivi che causarono la crisi di Salvagnini nonostante la sua storia e spiegò ai lettori della rivista le azioni che sarebbero state intraprese per salvare l’azienda e il suo patrimonio brevettuale. Sottolineò l’importanza di puntare sulle conoscenze e sulle competenze interne. A distanza di quasi 30 anni, guardando i numeri e non solo quelli, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto.
Il Gruppo Salvagnini da oltre 40 anni propone soluzioni automatiche e flessibili per trasformare fogli in metallo in una grande varietà di prodotti di uso quotidiano. I numeri, come dice lei, sono importanti e premiano la scelta fatta all’epoca di puntare sul know how e sulle competenze, che sono patrimonio di Salvagnini: 1.800 dipendenti, 403 milioni di euro il valore della produzione, 7.000 installazioni realizzate, di cui oltre il 50% pannellatrici, cinque stabilimenti produttivi, quattro in Italia e uno in Austria. Confermo quindi quanto dissi allora: siamo partiti in primis dal presidio delle competenze e dalla loro riorganizzazione per lavorare in modo più sinergico a ogni livello per poi, affrontare i mercati esteri. Oggi siamo una realtà transnazionale capace di soddisfare esigenze produttive in vari campi. Nel 1993, Salvagnini aveva “solo” quattro filiali; oggi ne conta invece ventitré distribuite nei mercati per noi strategici.
Abbiamo dato forte spinta all’esportazione attraverso la presenza locale e quindi il presidio diretto dei vari mercati per garantire un servizio adeguato. In quali Paesi? In tutti quelli attenti a un certo tipo di evoluzione tecnologica, il cui settore manifatturiero si è dimostrato negli anni aperto all’evoluzione nel ciclo produttivo. Siamo, per esempio, riusciti a entrare in mercati generalmente molto chiusi come il Giappone e a farlo con soddisfazione.

Effettivamente, avendovi seguito piuttosto da vicino in questi anni, mi sento di poter dire che vi siete affermati in ogni mercato con una coerenza tecnologica esemplare; siete cioè riusciti a esportare quei concetti che sono tipici della filosofia costruttiva Salvagnini senza scendere a compromessi …
Direi di sì. Siamo riusciti a esportarli rispettando sempre i tempi e i requisiti del cliente. Noi non vogliamo imporre un modello di produzione predefinito, ma desideriamo aiutare il cliente a evolvere offrendo suggerimenti e soluzioni, attendendo la maturazione della sua decisione. Questa attitudine ci caratterizza da sempre ed è apprezzata dai nostri clienti. A conferma di ciò le dico che raccogliamo con soddisfazione ordini da clienti già acquisiti per un 50% del totale annuo. Quindi il livello di fidelizzazione è piuttosto alto e questo non solo ci gratifica, ma ci conferma che l’approccio “consulenziale”, le soluzioni proposte e i servizi erogati sono apprezzati dal mercato. L’acquisizione di nuovi clienti resta stimolante e avvincente: in questo caso mettiamo in campo la nostra abilità sartoriale e il forte spirito innovatore che ci contraddistinguono per proporre soluzioni concrete ed efficaci.
L’esempio più evidente è la seconda giovinezza che avete saputo dare alla pannellatrice, una tipologia di macchina spesso vittima di preconcetti produttivi che avete saputo rilanciare trasformandola
in una soluzione realmente flessibile e performante.
La macchina ha subito ovviamente un’evoluzione importante, com’è nella natura delle cose. Questo l’ha resa una soluzione davvero flessibile con una potenzialità applicativa sempre più concorrenziale rispetto alle tradizionali presse piegatrici riuscendo a convincere molti dei suoi detrattori.
L’esempio più lampante è il consumo energetico di una pannellatrice Salvagnini che oggi è un quinto di quello di vent’anni fa. L’uso dell’olio è quasi del tutto sparito e la macchina è estremamente precisa e “delicata” nel contatto con il foglio da lavorare; è più veloce e facile da programmare anche grazie allo sviluppo software che ha accompagnato l’evoluzione di questa macchina.

Pensando alle macchine Salvagnini, che in questi anni ho potuto raccontare attraverso le pagine di Deformazione, mi vengono in mente quattro parole chiave: pannellatrice, processo, sistema e laser in fibra. Cosa può dirci in merito a ognuna di queste?
Sostituirei la pannellatrice con il termine piegatura. La pannellatrice, per Salvagnini soprattutto, è una soluzione eccellente per la piegatura ma non è l’unica in quanto conserva ancora dei limiti geometrici che possono essere superati con altre soluzioni comunque automatiche e ugualmente valide e affidabili, parimenti in grado di passare dal disegno al pezzo senza alcun intervento dell’operatore. Questo è uno dei nostri principi.
Parlando di laser in fibra direi che ha contribuito a cambiare in modo sostanziale la lavorazione della lamiera assicurando buoni livelli di efficienza produttiva. Ciò nonostante resta comunque una macchina soggetta a molteplici variabili che possono influire sul risultato finale. Per questa ragione, oggi, stiamo assistendo a un impiego sempre più spinto di sensoristica innovativa e dei sistemi di visione; ciò ha il pregio di facilitare il risultato finale in pezzi tagliati, a esempio in qualità dell’esecuzione e nel rispetto del tempo di consegna. Credo che il futuro del laser evolverà in questa direzione e non tanto nella rincorsa alla potenza più elevata, a meno che non si riesca ad armonizzare una maggiore potenza con un contesto produttivo più efficiente in cui ogni macchina contribuisce a una “sinfonia produttiva”, cioè un processo privo di tempi morti e inefficienze al pari di quanto accade in un’orchestra.
Che senso ha rendere iper veloce il taglio con il laser in fibra, anche negli spessori più elevati, se poi il pezzo tagliato deve aspettare le fasi di lavorazione a valle? Non è quindi importante focalizzarsi solo sulla velocità di taglio, ma su quello che avviene dopo questa fase, una volta che si ha il pezzo in mano, ponendosi per esempio la questione di come lo si trasporta e dove. Occorre pensare ogni macchina non più come singole cella ma contestualizzata in ogni officina o fabbrica considerando il processo produttivo completo, coeso ed efficiente nella sua integrità, dalla materia prima alla consegna dei pezzi.
E proprio perché i lotti produttivi sono sempre più esigui, l’obiettivo è arrivare a gestire il fatidico “lotto 1” in modo automatico ed efficiente: la sfida delle aziende si deve concentrare nell’ottimizzazione dei processi, cioè nella riduzione degli anelli che compongono ogni singola catena produttiva.
“Sistema” è invece un sostantivo che caratterizza il nostro DNA: da sempre proponiamo non tecnologie, non macchine singole, ma soluzioni pensate per soddisfare le specifiche necessità produttive, che lavorino in modo automatico e flessibile, per liberare l’uomo dalle attività a basso valore aggiunto, per consentire agli imprenditori di pensare a nuovi scenari, per dare la possibilità alle imprese di evolvere e adattarsi alle richieste del mercato. È stato così finora e lo sarà ancora per il prossimo futuro e speriamo di essere ancora qui fra altri vent’anni per raccontarci com’è andata.

E cosa pensa del “domani”?
In futuro non avrà più senso parlare della singola macchina o tecnologia; bisognerà considerare ogni investimento inserito in una pluralità di macchine interconnesse e adattive, ciascuna in grado di scambiare informazioni di alto livello con le altre e con l’ambiente esterno, e di concorrere con ruoli, finalità e tempi differenti alla produzione di una serie di oggetti nel modo più efficiente e remunerativo possibile, fermi restando la qualità del particolare e il benessere dell’operatore che supervisiona il processo.
Inoltre credo che tutti gli imprenditori saranno chiamati a rispettare gli aspetti etici, l’ambiente, riducendo lo sfruttamento delle risorse e le cause di inquinamento.
In tal senso lo scorso anno, Salvagnini, in virtù del forte spirito innovatore che da sempre la contraddistingue, ha definito un nuovo paradigma con cui, di fatto, sta accompagnando i suoi clienti – e potenziali – in una nuova stagione produttiva, quella della Social Industry. Nella Social Industry Salvagnini sistemi ciberfisici (CPS) e tecnologie digitali – quali il cloud, IoT, Big Data – collaborano per migliorare le condizioni di lavoro e per aumentare la produttività e la qualità degli impianti creando collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nel processo produttivo ovvero operatore, macchine e strumenti rispettando l’ambiente. Crediamo nelle persone e nelle loro idee. Cerchiamo soluzioni innovative. Sviluppiamo fabbriche intelligenti. Crediamo nell’uso evoluto dei dati che provengono dalle macchine. Progettiamo tecnologie adattative per aziende orientate al futuro. Questa è la nostra Mission.

Temi di estrema attualità come la Robotica e l’Intelligenza Artificiale sono argomento di dibattito quasi quotidiano. Qual è il suo punto di vista in merito e come li vede contestualizzati nella Social Industry?
La robotica è pensata, almeno in Salvagnini, per sostituire l’operatore in operazioni di basso valore aggiunto, faticose e ripetitive.
È una robotica flessibile, anche mobile che, secondo la nostra visione dovrebbe includere la fase di programmazione. Sarà cioè semplicemente una macchina che eseguirà un’operazione pensata da un computer secondo i modi voluti dall’uomo. La robotica si abbinerà al cosiddetto sistema esperto in modo che i movimenti e le operazioni già effettuate costituiscano la base per fare operazioni sempre più simili e con maggiore efficienza. In futuro la sfida sarà in questo senso software.

Vista la lungimiranza dimostrata negli anni, le chiedo di guardare dentro la sfera di cristallo per dirci cosa vede per il prossimo futuro. Ci sono infatti alcuni scenari internazionali che rischiano di condizionare l’andamento delle vendite di macchine utensili. Mi riferisco per esempio al conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina, al calo della Germania, ai grandi interrogativi legati al settore automotive, e purtroppo la lista potrebbe essere ancora lunga. Può dirci, che tipo di scenario macro economico vede?
L’unica certezza per il futuro sarà, in realtà, l’incertezza, poiché, di fatto, nulla sarà più facilmente prevedibile. Il successo delle aziende sarà dunque proporzionale alla loro capacità di adattarsi velocemente a questi scenari che non sono più ipotizzabili. Dovremo essere duttili e resilienti, bravi e capaci a calarci in situazioni che oggi non si conoscono e per far questo ritengo fondamentale la scelta del paese in cui produrre come punto fermo dell’attività, anche per non perdere la propria identità. Noi, per esempio, siamo costruttori europei e per scelta non abbiamo stabilimenti produttivi al di fuori dell’Unione Europea. Questa è una nostra precisa volontà; manteniamo la produzione nel nostro Paese di origine, l’Italia e in Austria dove vi è un governo molto attento e lungimirante che ha messo a punto alcuni strumenti favorevoli al mantenimento delle aziende di alta tecnologia nel proprio territorio. Sto pensando per esempio a sgravi fiscali sui costi di ricerca, a favorevoli aperture verso l’Asia per lo sviluppo di nuovi mercati, e cose del genere.

Massimo Carboniero Presidente UCIMU auspicherebbero un intervento strutturale sull’Industria 4.0, un qualcosa che diventi uno strumento costante nel tempo per dare continuità agli investimenti in mezzi di produzione. Qual è la sua opinione in merito?
Sarebbe auspicabile ma è piuttosto difficile rendere strutturale un certo tipo di incentivo. Il mondo manifatturiero non è così avanzato come invece siamo spesso portati a pensare. Ci sono ancora molte situazioni di arretratezza tecnologica la cui evoluzione è piuttosto lenta. C’è quindi un gran bisogno di evolvere il nostro sistema paese ma penso che, prima ancora degli strumenti fiscali, occorra evolvere sotto l’aspetto culturale. Ecco io credo fortemente che il problema sia di tipo culturale.
L’Industria 4.0 comporta tanti aspetti e concetti che se poi non vengono applicati correttamente vanificano gli sforzi e gli investimenti fatti. Un imprenditore non trasforma la sua azienda solo per risparmiare un po’ di tasse, ma lo fa – almeno voglio sperare che sia così – per cambiare e poterla gestire in modo diverso, più efficace ed efficiente e questo significa modificare il proprio approccio verso l’azienda. È questa la vera sfida ed è qui che vedo le maggiori difficoltà.
Sia ben inteso che ogni strumento fiscale che agevoli questo tipo di cambiamento è e sarà ben accetto, ma parallelamente occorre attuare una sorta di “scolarizzazione” del tessuto imprenditoriale italiano attorno a certi concetti innovativi e per certi versi rivoluzionari che l’Industria 4.0 porta con sé. Non a caso si parla sempre più spesso di Formazione 4.0 dove c’è ancora molto da fare soprattutto pensando all’integrazione in un’azienda digitalizzata dei vari anelli della catena produttiva, dal disegno fino alla realizzazione fisica di un oggetto. La sfida oggi non è più tecnologica poiché le macchine e i mezzi per fare ci sono, e gli incentivi ne favoriscono l’acquisto, occorre però cambiare prima il proprio modo di pensare e approcciare i processi. La sfida è quindi, senza dubbio, di tipo culturale. Ecco perché siamo i portavoce della Social Industry.